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"La perfezione dei mezzi e la confusione negli obiettivi caratterizzano la nostra epoca."
A. Einstein
<<Essi cercano sempre d'evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d'essere buono...>>
<<Quindi giunsero, in un momento predeterminato, un momento nel tempo e del tempo,
Un momento non fuori del tempo, ma nel tempo, in ciò che noi chiamiamo storia: sezionando, bisecando il mondo del tempo, un momento nel tempo ma non come un momento di tempo,
Un momento nel tempo ma il tempo fu creato attraverso quel momento: poiché senza significato non c'è tempo, e quel momento di tempo diede il significato.
Quindi sembrò come se gli uomini dovessero procedere dalla luce alla luce, nella luce del Verbo.
Attraverso la Passione e il Sacrificio salvati a dispetto del loro essere negativo;
Bestiali come sempre, carnali, egoisti come sempre, interessati e ottusi come sempre lo furono prima,
Eppure sempre in lotta, sempre a riaffermare, sempre a riprendere la loro marcia sulla via illuminata dalla luce;
Spesso sostando, perdendo tempo, sviandosi, attardandosi, tornando, eppure mai seguendo un'altra via .>>
T.S. Eliot
Buon Natale
P.S: ho dovuto tagliare mezza coda a Fumo. e ho perso le partiture. perdiamo ogni giorno qualcosa di noi. e io non ho neppure la colf! Ti devo prestare "L'estate incantata" di Ray Bradbury.
Negata la morte come umile e primaria catarsi, la nostra cultura è stata costretta a cercare e a moltiplicare, della morte, tutte le immagini secondarie e relative; quelle cioè che riguardavano i valori e i principi della vita; e le ha cercate e moltiplicate in un violento e laido balletto di spiegazioni che sono il logico risultato di quella prima, fatale insubordinazione. (...) Il peggio è che tutte queste sngole morti, sostitutive, come ha detto, della prima e sola, vengono spacciate dalla cultura per tappe o stazioni gloriose del progresso, un progresso che si rivela sempre più simile a una via crucis "travestita" e "mascherata". Una via crucis priva di Dio e sul cui Golgota è posta, come conclusione supreme, e suprema epifania, la turpe fabbrica, il turpe laboratorio dove nascerà, non più l'uomo, ma l'antiuomo. - G. Testori, Corriere della Sera, 5/3/1978
"Forse che fine della vita è vivere? (...) Non vivere, ma morire, e non disgrossar la croce ma salirvi, e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna. (...) Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per esser data?"
Paul Claudel-L'Annunzio a Maria
Ambrogio li osservò incuriosito; non ne sapeva distinguere la provenienza dalla parlata, solo la vita militare gliel'avrebbe insegnato. Gli sembravano - ed erano - in complesso meno impacciati di lui e dei suoi compagni lombardi, e più estroversi, più espansivi: tranne forse quei pochi raggruppati là insieme (si trattava degli umbri, ma egli l'ignorava) che avevano un'aria palcida e nobile ("Sembrano dei gattoni di marmo"): quelli erano forse anche più impacciati dei lombardi. E. Corti - Il cavallo rosso.

"Vivo dunque come un ignorante, il quale sa con certezza una cosa sola: in pochi anni devo assolutamente terminare un determinato lavoro... il mondo non mi interessa se non per il fatto che ho un debito verso di esso, e anche il dovere, dato che mi ci sono aggirato per trent'anni, di lasciargli come segno di gratitudine alcuni ricordi sotto forma di disegni o quadri, non eseguiti per compiacere a questa o quella tendenza, ma per esprimere un sentimento umano sincero." - Vincent Van Gogh, lettera n. 309
no, ora ditemi se esiste al mondo compito in cui ci si senta tanto inadeguati ... un sentimento umano sincero, cazzo! SINCERO! Credo costi sangue questo lavoro. Lo so di di certo che una guerra e che costa sangue e unghia strappate esprimere un sentimento umano sincero.
mi irrita posare. e spremermi per cacare necessariamente qualcosa che, seppur intagliato a regola d'arte-quando raramente capita-, sia comunque il risultato dell'elaborazione chimica delle mie viscere. E di certo non è un bel ricordo da lasciare al mondo.
colonna sonora: Franz SHUBERT: sinfonia n. 8 in si minore D 759 “incompiuta”
silenzio il tempo di far spazio alla memoria
Caligaverunt oculi mei
Tomas Louis de Victoria (1585)
Caligaverunt oculi mei a fletu meo,
quia elongatus est a me
qui consolabatur me
qui consolabatur me.
Videte omnes populi
si est dolor similis sicut dolor me us, sicut dolor meus.
O vos omnes qui transitis per viam, attendite et videte:
si est dolor similis sicut dolor me us, sicut dolor meus.
stasera alle prove del coro
- Andiamo giù, Nade¡zda Petrovna! - imploro io. - Una sola volta! Vi assicuro, arriveremo sani e salvi.
Ma Nà den’ka ha paura. Lo spazio che corre dalle sue piccole calosce fino ai piedi della montagnola di ghiaccio le sembra spaventoso, un abisso d’insondabile profondità . Quando guarda giù, si sente morire e le si mozza il respiro, non appena le propongo di sedersi nella slitta; e che cosa accadrà quando si arrischierà di volare in quell’abisso! Morirà , impazzita.
- Vi supplico! - dico io. - Non dovete aver paura! Non capite che è debolezza, viltà ? Finalmente Nà den’ka cede, e dal suo volto vedo che cede con la paura di rischiare la vita. L’aiuto, pallida, tremante a sedersi nella slitta, le cingo con il braccio la vita, e con lei mi precipito nell’abisso.
La slitta vola come un proiettile. L’aria tagliata frusta i nostri visi, ulula, fischia nelle orecchie, tira, punge dolorosamente di rabbia, sembra voglia strappare la testa dalle spalle. La violenza del vento non dà forza di respirare.
Pare che il diavolo stesso ci abbia afferrati con le sua zampe e urlando ci trascini all’inferno. Gli oggetti intorno si confondono in una unica striscia lunga che corre vertiginosamente. . . Ecco, ecco, ancora un istante, e sarà , sembra, la nostra rovina!
- Vi amo, Nadja! - dico sottovoce.
La slitta comincia a scivolare sempre più lentamente, e l’urlo del vento e il ronzio dei pattini non sono più così spaventosi, il respiro non è più mozzato, e finalmente, siamo arrivati in basso. Nà den’ka non è né viva né morta. E pallida respira appena . . . L’aiuto ad alzarsi.
- Per nulla al mondo ci tornerei un’altra volta - dice guardandomi con occhi sbarrati, pieni di terrore. - Per nulla al mondo! Per poco non morivo!
Poco tempo dopo si è rimessa e già comincia a guardarmi negli occhi con un’espressione interrogativa, come volesse accertarsi, se ho detto quelle tre parole veramente, o se le è sembrato solo di udirle nel frastuono del turbine.
Ed io me ne sto accanto a lei, fumo ed osservo attentamente il mio guanto.
Mi prende sottobraccio, e a lungo passeggiamo accanto alla montagnola.
L’enigma, evidentemente, non le dà requie. Sono state pronunciate quelle parole, oppure no? Sì, o no? Sì o no? E’ una questione d’amor proprio, d’onore, di vita, di felicità , una questione molto importante, la più importante del mondo. Nà den’ka mi guarda il viso impaziente, triste, con uno sguardo scrutatore, non risponde a tono, aspetta che io mi metta a parlare. O come variano le espressioni sul quel volto caro, come variano! Vedo che essa lotta con se stessa, che ha bisogno di dirmi qualcosa, di chiedermi qualcosa, ma non trova le parole, si sente impacciata, atterrita, la gioia la turba. . .
- Sapete che cosa? - dice senza guardarmi in viso.
- Che cosa? - domando io.
- Facciamolo ancora una volta. . . scendiamo in slitta.
Ci arrampichiamo per la scala sulla vetta del pendio. Di nuovo aiuto Nà den’ka pallida, tremante ad accomodarsi nella slitta, di nuovo voliamo nel terribile abisso, di nuovo urla il vento e ronzano i pattini, e di nuovo quando la slitta ha raggiunto la sua massima velocità io dico sottovoce nel frastuono:
- Vi amo, Nà den’ka!
Quando la slitta si ferma, Nà den’ka abbraccia con uno sguardo la mon-tagnola sul dorso della quale siamo or ora discesi, poi scruta a lungo il mio viso, ascolta la mia voce indifferente e spassionata, e tutta, tutta, perfino il suo manicotto e il cappuccio, tutta la sua figurina esprime una estrema perplessità . Sul suo viso sta scritto:
- Che succede? Chi ha pronunciato quelle parole? Lui, oppure mi è parso soltanto di sentirle?
Questa incertezza la rende inquieta, la impazientisce. La povera fanciulla non risponde alle domande, si fa scura in viso. E’ sul punto di scoppiare in lacrime.
- Dobbiamo forse tornare a casa? - domando io.
- Ma, a me. . . a me piace questo scendere in slitta - dice arrossendo. –Non potremmo forse scendere un’altra volta?
Le “piace” questo scendere, e tuttavia, mentre si siede nella slitta, è pallida come le prime volte, respira appena dal terrore, trema.
Facciamo la discesa una terza volta, e mi accorgo, come mi guarda in viso, fissa le mia labbra. Ma io mi accosto alle labbra un fazzoletto, tossisco e, quando raggiungo la metĂ della discesa, faccio in tempo a sussurrare:
- Vi amo, Nadja!
L’enigma rimane tale! Nà den’ka tace, pensa a qualcosa. . . La riaccom-pagno a casa, essa cerca di camminare più adagio, rallenta i passi e aspetta sempre che le dica di nuovo quelle parole. E vedo, quanto soffre la sua anima, come sta facendo uno sforzo su se stessa, per non dire:
- Non può essere che le abbia dette il vento! E non voglio che le abbia dette il vento!
Il giorno dopo ricevo la mattina un biglietto: “Se oggi andate alla pista delle slitte, passate a prendermi. N.” E da quel giorno comincio ad andare quotidianamente con Nadja alla pista e, mentre voliamo giù sulla slitta, pronuncio ogni vola sottovoce quelle stesse parole:
- Vi amo, Nadja!
Ben presto Nà den’ka s’avvezza a questa frase, come ci si avvezza al vino o alla morfina. Non può più vivere senza di essa. E’ vero che le fa sempre molta paura volar giù dalla cima della montagna, ma ormai il terrore e il pericolo conferiscono un fascino speciale alle parole d’amore, alle parole che come prima formano un enigma e fanno languire l’anima. Il sospetto cade sempre sugli stessi due: su di me e sul vento . . . Chi dei due la faccia la dichiarazione d’amore, essa non sa, ma ormai evidentemente per lei è lo stesso; non importa da quale recipiente si beva, basta che ci si inebrii.
Un pomeriggio mi recai da solo alla pista; mescolatomi con la folla, vedo che Nà den’ka si avvicina alla montagnola, che mi cerca con gli occhi. . . Poi timidamente si arrampica su per la scaletta. . . E’ terribile far la discesa da sola, oh, com’è terribile. ` E pallida come la neve, trema, cammina come se andasse al patibolo, ma cammina, cammina senza guardare indietro, decisamente. Ha deciso, si vede, di provare finalmente se sarà possibile udire quelle parole dolci, stupefacenti, quando non ci sono io. Vedo come pallida, la bocca aperta per lo spavento, si siede nella slitta, chiude gli occhi e, detto per sempre addio alla terra, si mette in moto. . . “ssss”. . . ronzano i pattini. Ode Nà den’ka quelle parole? Non lo so. . . Vedo soltanto come si alza debole, sfinita, dalla slitta. E’ dal suo volto che si capisce che essa stessa non sa se abbia o no udito qualcosa.
Il terrore, mentre scivolava, le ha tolto la facoltĂ di udire, di distinguere i suoni, di capire. . .
Ma ecco che viene il mese primaverile di marzo. . . il sole si fa piĂą carezzevole.
La nostra montagnola di ghiaccio diventa più scura, smette di luccicare e finalmente si scioglie. Smettiamo di andare in slitta. Per la povera Nà den’ka non c’è più possibilità di sentire quelle parole, eppoi chi le può ormai pronunciare?
Il vento non si ode piĂą, e io mi accingo a partire per Pietroburgo, per lungo tempo, probabilmente per sempre.
Una volta, due o tre giorni prima della partenza, me ne sto seduto, al crepuscolo, nel giardino, che uno steccato alto sormontato da chiodi separa dal cortile, dove vive Nà den’ka . . . Fa ancora piuttosto freddo, sotto il concime c’è ancora la neve, gli alberi sono morti, ma c’è già odor di primavera e, mentre si preparano a dormire, le cornacchie gracchiano rumorosamente. Mi avvicino allo steccato e guardo a lungo attraverso una fessura. Vedo Nadja che esce sulla soglia e volge uno sguardo mesto, nostalgico al cielo. . . Il vento primaverile le soffia diritto sul viso pallido, abbattuto. . . Le ricorda quell’altro vento, che allora ci urlava in viso sulla montagna, quando udiva quelle tre parole, e il suo volto si fa triste, triste, e lungo la guancia scende lenta una lacrima. . . E la povera fanciulla protende tutte due le braccia, come volesse pregare il vento di recarle ancora una volta quelle parole. Ed io, dopo avere atteso che il vento soffi di nuovo, dico sottovoce:
- Vi amo, Nadja!
Dio mio, che succede ora! Lancia un grido, sorride con tutto il viso e protende incontro al vento le braccia, beata, felice, così bella. E io torno a far le valigie. . .
Questo è accaduto molto tempo fa. Ora Nà den’ka è già maritata; l’hanno data in sposa, o s’è data lei stessa, non importa, al segretario della Camera di tutela nobiliare, e ormai ha già tre bambini. Ma il ricordo di quando andavamo in slitta e il vento le recava le parole “vi amo, Nà den’ka”, non si è spento; per lei `e il ricordo più felice, più commovente e splendido della sua vita. . .
Mentre io ora che mi sono fatto più vecchio, non riesco più a capire perché dicessi quelle parole, a che scopo scherzassi . . .
"Le persone non sono ridicole se non quando vogliono perere o essere cio' che non sono. (...) Chi osservera' bene, vedra' che i nostri difetti o svantaggi non sono ridicoli essi, ma lo studio che noi ponghiamo per occultarli, e il voler fare come se non gli avessimo. (...) Qualunque carattere piu' infelice, ha qualche parte non brutta, la quale, per esser vera, mettendola fuori opportunamente, piacera' molto piu', che ogni piu' bella qualita' falsa. E generalmente, il voler essere cio' che non siamo, guasta ogni cosa al mondo: e non per altra causa riesce insopportabile una quantita' di persone, che sarebbero amabilissime solo che si contentassero dell'esser loro." G. Leopardi
Pieta’ di noi, o Dio, pieta’ per noi,
Siamo troppo colmati di disprezzo;
L’anima nostra e’ troppo ricolma
Dei sarcasmi dei soddisfatti.
salmo 123

william congdon - sahara 1955
«Questo mondo così come è fatto non è sopportabile. Ho dunque bisogno della luna, o della felicità o dell'immortalità , insomma di qualcosa che sia forse demente, ma che non sia di questo mondo» (Caligola di Albert Camus).
Solo quel che arde
diviene cenere.
Sacra e' la cenere.
Tu mi sfiorasti
e io divenni cenere.
Il mio io, il mio essere divenne cenere, consumato da te.
Cosi' dice l'amante e il credente.
Tu mi sfiorasti. Io sono sacro.
Non io ma la mia cenere e' sacra.
P. Lagerkvist
"Piu' si vive, piu' ci accosta a Pascal: l'unica cosa che conta e' l'inquietudine divina delle anime inappagate. Oh, gli spiriti limitati, le persone sedute in cattedra, in tribuna, nelle loro poltrone, le persone soddisfatte, gli intellettuali, gli u-n-i-v-e-r-s-i-t-a-r-i! Vedi, e' assolutamente necessario che diamo un senso alla nostra vita. Non quello che gli altri vedono e ammirano, ma il tour de force che consiste nell'imprimervi il sigillo dell'infinito." [12-01-1928, E. Mounier a M. Mounier]
Colonna sonora: I. Fossati - Lindbergh
ho un maledettissimo sonno ... mi sento una candela. anzi, la sua fiammella ubriaca.
sogni. modernariato. anche confezioni regalo.
... fin che non adagio di fretta le ossa nel letto ...
oggi
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